Riccardo Sirotti

Sono nato tra i colori. 

Sono nato tra i colori. 

A Bogliasco.

E’ probabile che, prima ancora di imparare a camminare, ho imparato a guardare: le pareti non erano muri, ma orizzonti pieni di luce e pigmento. 

Mio padre, pittore per chiaro destino, dava forma al silenzio con i pennelli. 

Ogni gesto era una preghiera di colore, ogni tela un pezzo di mondo ricreato dal suo sguardo.

Il profumo dell’acqua ragia è stato il mio primo ricordo d’infanzia. 

C’erano pennelli immersi in barattoli, spatole che riflettevano la luce del pomeriggio, tubetti di colore arrotolati e macchie di colore che si posavano sui mobili come frammenti di un pensiero.

In quella casa, il colore non era solo qualcosa da vedere: era qualcosa da respirare (purtroppo oggi quel profumo sta piano piano scomparendo…)

Crescere accanto a un pittore significa imparare che la realtà non è mai fissa, ma sempre in movimento, pronta a essere reinventata. 

Mio padre mi ha insegnato che immaginare è un modo di esistere, e che creare è il gesto più naturale dell’anima umana. 

Forse per questo, anche quando non per lavoro, continuo a cercare le sfumature: nelle persone, nei pensieri, nelle parole.

Il colore, per me, è diventato una lingua segreta. 

La nostra lingua segreta. 

Non serve parlarla: basta sentirla. 

È il filo invisibile che unisce la mia storia alla sua, la mia visione alla sua mano. 

Ogni volta che vedo un verde intenso o un mare grigio, ritrovo un frammento di casa, una carezza del passato che continua ad esistere dentro di me.

Perché alla fine, ciò che ho ereditato da mio padre non sono solo tele e pennelli. 

Ho ereditato un modo di vedere.


E forse, non c’è dono più grande.